“Kushta mein, la mia Costantinopoli”.
Perché ti è venuto in mente di raccontare questa storia?
Prima di essere ammesso alla scuola di cinema ho passato un anno a studiare storia all’università a Milano: sono sempre stato appassionato di storia. Passavo le ore nella biblioteca di storia e ero particolarmente attratto dai processi: è come se fossero scritte in forma già di sceneggiatura. Ci sono appunto gli interrogatori, la voce diretta senza filtri di alcune persone.
Mi è capitato di leggere la vicenda dei due protagonisti di questo cortometraggio, Asher e Aaron, e mi ha molto colpito. Poi ho capito che in qualche modo avevo proiettato delle cose che sentivo il rapporto che ho con mio fratello.
Progetti per il futuro?
In questo momento sto scrivendo un lungometraggio che nasce da un lavoro di ricerca, nasce dallo studio dell’incartamento di un processo, è ambientato a metà del Cinquecento nella Repubblica di Venezia.
I vari volti di Dario Fo: la differenza tra il Dario Fo de Lo Svitato, quello de
E come sono state utilizzate e come rischiano di essere utilizzate certe tecniche ancora oggi per annientare,
